Wi-Fi, Lo-Fi, Why Not?
Eccoci di nuovo qui, puntuali come le zanzare: è arrivata la pausa estiva. E con essa il grande interrogativo esistenziale: nel 2026 è ancora concesso riposare? O il riposo, ormai, va giustificato con una nota del medico e un post di scuse su Instagram?
Aleggia su di noi una sensazione di preoccupazione costante, una pesantezza con pochi precedenti: la paura del domani. Un anno che non ci ha dato modo di essere leggeri, di sorvolare con quella serenità che contraddistingue gli autori del dopo guerra, dotati di quella speranza che solo la ‘fine’ di qualcosa sa dare.
Allora, in questo mese di tregua forzata, mi permetto di augurarci qualcosa di straordinariamente semplice: respirare. Sentire, per una volta, qualcosa che non sia stato prima filtrato, taggato e messo ai voti dai leoni da tastiera. Dare peso alle nostre piccole vite, quelle senza hashtag, e magari ritrovare un po’ di fiducia nel prossimo. Sì, anche in quello che ha delle idee diverse dalle nostre.
I film mentali che ci giriamo da soli sono una produzione degna di un Oscar, ma quest’estate proviamo a disdire l’abbonamento e imparare, con una certa umiltà, l’arte del lasciar andare.
Siamo diventati maniaci del controllo con le app di meteo, banca, gps, “ultima ora”, sempre aperte, incapaci di sopportare un “non lo so” senza sentirci sull’orlo del baratro. Dipendenti dai social, dalle nozioni inutili, dal bombardamento di notizie senza capo né coda: arriviamo all’estate esausti e, soprattutto, terrorizzati dalla domanda più semplice del mondo: “e adesso?”.
E allora, armati di wi-fi gratuito, cellulare e quei pochi risparmi accumulati con encomiabile sacrificio durante l’anno, ci lanciamo a caccia di qualsiasi esperienza che ci faccia evadere dalla routine, purché non ci costringa a fermarci a pensare. Pensare: questo sconosciuto. Riflettere su noi stessi prima ancora che sugli altri: pratica pericolosissima, perché rischia di farci cambiare idea, e cambiare idea — si sa — richiede tempo, e il tempo — si sa ancora meglio — non ce l’ha nessuno.
Così l’Ulisse di Nolan, quello che da uomo che voleva tornare a casa, alle sue certezze, si trasforma in uomo che vuole partire ed esplorare, come moto di una crescita interiore, non ci sembra più un modello da seguire ma un mito lontano e quindi impossibile.
Quest’estate, allora, l’augurio è di rimetterci in cerca di qualcosa, liberandoci di quei pregiudizi che ci rendono il fegato amaro, roba da meritarsi un’aquila personale come Prometeo, a dispetto della sua punizione divina.
Liberi, sereni, vivi. E soprattutto, per una volta, offline.
Buona estate.
