Come tutti sappiamo il Venezuela è stato colpito da un gravissimo terremoto, che sta provocando morti e feriti innumerevoli. È difficile trovare le parole per descrivere la portata di questa tragedia: un dolore collettivo che resterà impresso per sempre.

Eppure, in queste occasioni esce fuori la vera natura delle persone: chi prega, chi dona, chi si mobilita. Tutti uniti con l’unico obiettivo di tendere una mano a chi in questo momento si vede crollare, letteralmente, il mondo addosso. In questi frangenti a sventolare non sono bandiere né slogan, ma gesti concreti. Non sono manifestazioni inermi, ma persone coraggiose che si rimboccano le maniche.

E così il cuore si rinfranca. Dalla Toscana, infatti, sono partiti alcuni volontari — tra medici e infermieri — con mezzi e competenze di supporto per mettersi al servizio di chi soffre. Li abbiamo accompagnati alla partenza, forse troppo in sordina. Forse troppo sotto copertura.

Ci siamo fatti distrarre dal caldo e dalla musica, mentre qualcuno si stava lanciando in una missione umanitaria. Ci siamo soffermati ad ammirare le lucciole, senza vedere l’oscurità che le circondava. Abbiamo guardato senza vedere, ascoltato senza sentire.

È arrivato il momento in cui dovremmo riscoprire il concetto di gratitudine — quello vero, quello partecipante — capace di riconoscere il valore di tutti quei volontari, che ogni giorno scelgono di mettersi al servizio degli altri, senza che nessuno glielo chieda. Ed è, anche, il momento in cui dovremmo chiederci quale atto concreto potremmo fare noi per dare una mano.

Non tutti siamo chiamati a partire. Ma nessuno è autorizzato a chiudere gli occhi.

Foto: FB Protezione Civile Regione Toscana