Maglie rosse in festa, un’esultanza che si alza fino al cielo. Così si chiudono i Mondiali 2026: la Spagna solleva la coppa più ambita del mondo.

E noi, che un Mondiale non lo giochiamo da ben dodici anni, gioiamo ed esultiamo con loro. Perchè? Perchè l’Italia non si è unita ai suoi lontani parenti argentini nel sostenere il grande Messi? Per questa ultima occasione la sua incoronazione era data quasi per scontata. Ma non è andata così.

Non è stato il colore della maglia a far cambiare idea alle persone, ma gli uomini che la indossavano. Le voci corrono e sembrano sussurrare tutte la stessa cosa: “Di quella squadra si salva solo il capitano”. Un atteggiamento troppo prepotente, un orgoglio troppo esibito, che non ha convinto nessuno. Quasi feriti, infatti, i tifosi si sono rivolti ai cugini spagnoli — quelli con i quali alla fine ci si trova sempre bene.

Ed è curioso osservare come gli atteggiamenti stravolgano la percezione delle cose. La simpatia è come un velo: cela agli occhi di chi la prova tante piccole storture, che poi si rivelano più importanti di quanto preventivato. È come con le amicizie: un comportamento spiacevole e inaspettato di un amico ci ferisce come se il torto fosse indirizzato a noi. Traditi nelle certezze, non riconosciamo più chi abbiamo davanti, e questo ci spaventa.

Siamo, in fondo, quello che mostriamo agli altri — la natura che si rivela quando siamo fuori di casa nonostante gli occhi che ci sentiamo addosso. E questa volta l’Argentina è stata come quell’amico che, per strada, risponde male ad uno sconosciuto: colpisce noi, prima ancora del diretto interessato. Non l’abbiamo più riconosciuta.

Ma il bello sta anche nel rendersi conto che non siamo soli in questo mondo. Siamo venuti per fare squadra, per essere squadra, anche con il nostro avversario.
Così questi Mondiali 2026 ci hanno insegnato qualcosa che va ben oltre il gioco del calcio, e che ha più a che fare con il gioco della vita: niente più superare il rispetto dell’altro. Soprattutto, quando si perde.