Non il solito “refrain”. Nigiotti, a che serve vincere il Festival?

La luce schermata della tenda ci dice che è mattino. La notte appena trascorsa è durata un attimo o una vita intera. Il soffitto è parete da dipingere o “schermo” per ripercorrere la propria vita come al cinema, tra rimpianti e consapevolezze.

Quelle di “Ogni volta che non so volare” sono suggestioni forti a cui ci aveva già abituato Enrico Nigiotti, emozionante nella dedica universale che passò nel 2019 per “Nonno Hollywood”, una storia personale che ci ha fatto empatizzare col ricordo, con momenti che appartengono a tutti e restano incollati alla memoria.

Decimo posto in quel 2019, nove posizioni in meno l’anno successivo con “Baciami adesso”; ipotizzabile quando trascini dietro un “format” che è tuo, ma che non necessariamente appartiene al palco del “bel canto”, del “riconoscibile” giro di do interpretato in tutte le salse (ogni tanto prova a farci ricredere, ma sempre lì si torna. Più o meno). 

E la sua vittoria resta un pò questa, esserci oltre l’aspettativa, oltre il desiderio di risultato, anche quando la “tua” Toscana tutto sommato tifa Masini (si fa per ridere). Non snaturarsi, mantenere coerenza ed identità, il frutto è il parto di uno dei pezzi più suggestivi dell’edizione 2026 (scritto a sei mani con Pacifico e Fabiano Pagnozzi). Fuori dalla top 5 anche nella seconda serata non c’è da preoccuparsi. Qualche “tifoso” da queste parti è arrivato. A noi è piaciuto.