Gabriele Lavia e il suo Re Lear: l’uomo, il nulla, il potere
Un campionario di passioni, tradimenti e miserie dell’esistenza umana: è questo il magma incandescente in cui si muove Re Lear, uno dei vertici assoluti della drammaturgia shakespeariana. Ed è in questo magma che Gabriele Lavia, maestro del teatro italiano, affonda le mani per restituire al pubblico un Lear in bilico costante tra ragione e follia, tra la vertigine del potere e l’abisso della fragilità umana.
La sua nuova interpretazione affronta l’eterno conflitto dell’autorità, la complessa relazione tra padri e figli, il nodo irrisolto della paternità e dell’eredità: temi che, secoli dopo la loro prima apparizione, continuano a parlarci con un’urgenza disarmante.
Sono passati più di cinquant’anni da quando Lavia, giovane attore, interpretò Edgar nel celebre Re Lear diretto da Giorgio Strehler. Oggi torna a quel testo come protagonista e regista, chiudendo idealmente un cerchio artistico e umano.
Questa nuova versione, che lui stesso definisce «composita, tra ragione e follia», non è soltanto un omaggio alla grande tradizione teatrale italiana: è un’indagine intima sulla natura stessa dell’essere umano.
Al cuore dell’opera, Lavia pone un interrogativo filosofico che risuona con tutta la forza delle grandi domande shakespeariane. Rifacendosi alla celebre frase di Amleto, «Essere o non essere», l’attore-regista osserva che Lear sceglie deliberatamente il non-essere.
Quando decide di dividere il regno tra le figlie, compie infatti un gesto irreversibile: spoglia se stesso della propria identità regale, del proprio potere, della propria ombra. È come se donasse agli altri non solo i territori, ma la sostanza stessa del proprio essere.
Lear non è più Re.
E cosa rimane, allora, di Lear?
Proprio in questo precipizio si rivela l’attualità potentissima dello spettacolo. Lavia indaga la fragilità del potere, ma anche quella dell’uomo contemporaneo, spesso sospeso tra ciò che è e ciò che appare, tra identità che si costruiscono e identità che si perdono.
La tragedia di Lear, nella lettura di Lavia, diventa così il dramma di tutti noi: quello di chi, privato dei propri ruoli sociali, delle certezze, del riconoscimento altrui, si ritrova a interrogarsi su cosa rimanga davvero del proprio essere.
