Dentro la macchina del potere: le origini di Putin
Nella Russia dei primi anni Novanta, il crollo dell’Unione Sovietica lascia spazio a un Paese attraversato dal caos, dalla ricerca di una nuova identità e da una feroce lotta per il potere. È in questo scenario che si muove Vadim Baranov, giovane artista destinato a diventare produttore televisivo e, successivamente, stratega politico al servizio dell’emergente Vladimir Putin. Sarà proprio Baranov a contribuire alla costruzione dell’immagine pubblica del futuro presidente russo, entrando progressivamente nei meccanismi più oscuri del Cremlino.
Tratto dall’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, Il mago del Cremlino – Le origini di Putin è diretto da Olivier Assayas, che firma la sceneggiatura insieme a Emmanuel Carrère. Paul Dano interpreta il fittizio Vadim Baranov, personaggio ispirato al consigliere politico Vladislav Surkov, mentre Jude Law veste i panni di Vladimir Putin. Completano il cast Alicia Vikander, Jeffrey Wright, Tom Sturridge e Will Keen.
È proprio Paul Dano a sostenere gran parte del peso narrativo del film, confermandosi un interprete particolarmente a suo agio nelle atmosfere ambigue e psicologiche del thriller. Il suo Baranov è un uomo che osserva, calcola e interviene quasi sempre senza esporsi completamente. Dano lavora per sottrazione, affidandosi a sguardi trattenuti, silenzi e a una recitazione controllata, coerente con la natura di un personaggio che preferisce agire nell’ombra. Una prova volutamente fredda e misurata che, se da una parte restituisce bene l’impenetrabilità dello stratega, dall’altra contribuisce alla distanza emotiva che attraversa buona parte del racconto.
Al suo fianco, Jude Law costruisce un Vladimir Putin sorprendentemente simile alla figura reale. L’attore evita di trasformare il personaggio in una caricatura e ne riproduce soprattutto l’atteggiamento: lo sguardo immobile, i movimenti controllati e quella freddezza attraverso cui ogni parola sembra nascondere una minaccia. Il suo Putin non ha bisogno di alzare la voce per imporre la propria autorità. È calcolatore, paziente e consapevole del potere che sta progressivamente conquistando. Proprio per questo, ogni sua apparizione riesce ad aumentare la tensione e a modificare gli equilibri della scena.
Come suggerisce il titolo, al centro del film non si trova soltanto l’ascesa politica di Putin, ma il potere stesso e il modo in cui viene costruito, raccontato e reso accettabile. La sceneggiatura di Assayas e Carrère osserva la politica come una grande rappresentazione nella quale televisioni, propaganda, paura e manipolazione diventano strumenti indispensabili per dirigere l’opinione pubblica. Baranov non si limita a promuovere un leader: crea una narrazione collettiva, confondendo progressivamente i confini tra realtà e finzione.
È un materiale ricco e complesso, che il film affronta però attraverso un ritmo molto lento. I numerosi dialoghi, la voce narrante e l’elevata quantità di informazioni finiscono spesso per appesantire il racconto, limitando quella tensione che un thriller politico di questo tipo avrebbe potuto sviluppare con maggiore incisività. La lentezza appare in parte funzionale alla rappresentazione di un potere che si consolida gradualmente, quasi senza che il Paese se ne accorga, ma in alcuni passaggi rende la visione eccessivamente statica e dispersiva.
A compensare questi limiti interviene il comparto tecnico e, in particolare, la fotografia di Yorick Le Saux. Le tonalità fredde, gli ambienti innevati e gli interni eleganti ma soffocanti costruiscono un’immagine della Russia affascinante e inquietante allo stesso tempo. La composizione rigorosa delle inquadrature comunica costantemente una sensazione di controllo, isolamento e pericolo, trasformando gli spazi del potere in luoghi nei quali anche il silenzio sembra assumere un significato politico.
Il mago del Cremlino – Le origini di Putin è un thriller politico ambizioso, interessato più a comprendere i meccanismi del potere che a ricostruire semplicemente la biografia del presidente russo. Olivier Assayas racconta una realtà nella quale la politica diventa spettacolo e la verità può essere continuamente modificata attraverso il controllo della comunicazione.
La lentezza della sceneggiatura e una certa distanza emotiva impediscono al film di esprimere pienamente il potenziale della sua storia. Tuttavia, le interpretazioni di Paul Dano e Jude Law, unite a una fotografia elegante e glaciale, mantengono viva l’attenzione e restituiscono un’opera inquietante per la sua evidente vicinanza al presente. Non un thriller costruito sui colpi di scena, quindi, ma una riflessione cupa e rigorosa su come il potere venga conquistato prima attraverso le parole e le immagini, e soltanto dopo attraverso le istituzioni.
Di Francesco Tufano
