Tra la benzina in esaurimento, il delirio di onnipotenza di Trump (questa volta letterale, ndr.), una guerra che non accenna a finire, e un clima globale fatto di violenza e paura, il lunedì inizia già con il peso del mondo sulle spalle.

Eppure basta mettere il naso fuori di casa perché Firenze riporti tutto su un piano diverso, più concreto, quasi ostinatamente terreno. Qui i pensieri si riorganizzano attorno ai “veri” problemi: i cantieri della tramvia che paralizzano il traffico, il muro bianco sul Lungarno Acciaiuoli — in fondo solo più pulito di prima —, le polemiche sulla stazione e sulle sue condizioni.

Da una parte il mondo che brucia, dall’altra una città che sembra ripiegarsi sulle proprie dinamiche quotidiane. Da un lato, la vita prosegue e sono proprio le azioni quotidiane a garantirne la continuità. Dall’altro, rimane un tarlo, una sensazione sottile ma persistente che qualcosa stia sfuggendo di mano. L’incertezza del domani finisce così per incrinare la stabilità dell’oggi.

In questo equilibrio precario ci muoviamo un po’ tutti, spaesati. E paradossalmente è proprio il logorio della quotidianità a tenerci in piedi: le code, i lavori, le polemiche locali diventano una sorta di àncora.

Una Firenze che vive sospesa tra problemi reali e polemiche minori. La domanda è, per questo, inevitabile: è normalità o rimozione? È un’isola felice o un’isola incosciente?