Il diavolo veste ancora Prada – Il ritorno di un cult che guarda al presente

A vent’anni di distanza dal primo Il diavolo veste Prada, il sequel riporta sullo schermo tutti i protagonisti che hanno reso iconica una delle pellicole più amate degli anni 2000. Un ritorno che gioca inevitabilmente con la nostalgia, ma che prova anche a raccontare quanto il mondo — e soprattutto il mondo dell’editoria fashion — sia cambiato radicalmente.
In questo secondo capitolo ritroviamo Miranda Priestly, Andy Sachs, Emily Charlton e Nigel alle prese con una nuova realtà professionale, dove il peso delle riviste cartacee si scontra con la velocità e la brutalità del digitale. Senza tradire lo spirito del primo film, questa nuova avventura porta i personaggi dentro un contesto molto più contemporaneo, fatto di crisi, cambiamenti e nuove regole del gioco.

Ed è proprio qui che Il diavolo veste Prada 2 trova la sua vera forza: nei temi che sceglie di affrontare. Se il primo film era una lettera d’amore — e insieme una critica — al mondo della moda, questo sequel allarga il discorso e mette a nudo la trasformazione dell’editoria moderna. Oggi non conta più davvero cosa racconta un articolo, quanto peso abbiano le storie o la qualità di ciò che viene scritto: ciò che conta sono i click, i like, gli engagement. Tutto viene misurato attraverso i numeri, attraverso i social, in un sistema che sembra aver perso parte della sua anima.

È un tema attualissimo e il film lo inserisce in modo intelligente all’interno della crescita dei suoi personaggi. La trama infatti si sviluppa proprio attraverso il rapporto che ognuno di loro ha con questo cambiamento inevitabile. Miranda si trova a confrontarsi con un mondo che non può più controllare come un tempo, Andy porta sulle spalle tutta l’esperienza maturata lontano da Runway, Emily conferma la sua evoluzione personale e professionale, mentre Nigel rappresenta forse il cuore più autentico del film.

Ed è proprio Nigel ad avere lo sviluppo narrativo più interessante e riuscito. Stanley Tucci regala probabilmente la performance più intensa del film, dando al personaggio quella profondità e quel riconoscimento che meritava già nel primo capitolo. Nigel è il simbolo di un passato che cerca di adattarsi al presente: accetta il cambiamento, ne comprende la necessità, ma allo stesso tempo lascia emergere tutta la difficoltà di appartenere a una generazione cresciuta in un mondo senza social, dove il valore del lavoro aveva parametri completamente diversi.

Accanto a lui, Meryl Streep torna a dominare la scena con una Miranda Priestly sempre magnetica, elegante e spietata, ma con nuove sfumature che la rendono ancora più interessante. Anne Hathaway riesce a riportare Andy con maturità e credibilità, mostrando un personaggio profondamente cambiato ma ancora legato al proprio passato. Emily Blunt, invece, conferma ancora una volta il suo enorme talento, mantenendo intatto quel mix di ironia, cinismo e carisma che aveva reso Emily uno dei personaggi più amati.

Anche il ritmo è uno degli aspetti migliori del film: parte fortissimo fin dalle prime battute e mantiene una narrazione solida e coinvolgente per tutta la durata. Non ci sono veri momenti di stallo, e il film riesce sempre a mantenere alta l’attenzione dello spettatore, alternando bene momenti di tensione, ironia e riflessione.

Il diavolo veste Prada 2 è un sequel che, da una parte, sceglie di non stravolgere la formula vincente del primo film, mantenendone struttura, dinamiche e identità, ma dall’altra trova il coraggio di osare nei contenuti, portando sullo schermo tematiche estremamente attuali. Se il primo capitolo era un convincente omaggio al mondo della moda, ispirato al romanzo Il diavolo veste Prada, questo secondo film diventa anche una riflessione sul cambiamento dei media, del lavoro e della società.

Il risultato è un film che convince, appassiona e diverte, capace di far leva sulla nostalgia senza viverne esclusivamente. E soprattutto, lascia la sensazione che questa storia abbia ancora qualcosa da raccontare, aprendo più di una porta a un possibile terzo capitolo.

di Francesco Tufano