“C’è chi è Tony Pitony, e chi mente”, Uscire dalla caverna al Florence Music Festival
Sono in macchina, ho meno di dieci anni e il ghigno di chi sa che sta per sgarrare. Una o più canzoni di Federico Salvatore mi permettono di violare la regola del niente parolacce. “È la canzone, fa così”. La canti e nessuno può rimproverarti. Mezzucci da generazione di fine anni ’80, la terra di mezzo in assoluto tra il prima e dopo, quella passata dall’Atari alla Ps5, con in mezzo il telefono portatile da un chilo e mezzo, l’adsl, i calciatori di Fifa che diventano sempre più affini al reale.
Un privilegio è quello di aver attraversato questo pezzetto di storia che se da un lato ti ingloba fino in fondo, dall’altro ti ha un po’ insegnato a guardare alla velocità del cambiamento, alla realtà di oggi totalmente diversa da quella di ieri, anche quando il passaggio vale solo 24 ore.
Vestiti bene, parla bene, diamoci un tono. In quell’abito buono quante parole nascoste. Era andata peggio alla generazione precedente, quella dei genitori. Ma questa è un’altra storia.
Contesto da percorso verso la Visarno Arena quando sul palco c’è Tony Pitony. A lui per la data di Firenze il “main stage” l’hanno dovuto allargare, vista la presenza folta. Altro che finti sold out.
Ed i fattori sono tanti. Questa volta partiremo dalla musica, che sembra contorno quando si parla di Tony Pitony ma non lo è. C’è una voce vera sul palco, c’è un gruppo di musicisti che passa in rassegna mezzo secolo di musica, ci mette dentro jingle e tutto quanto si possa desiderare per dare senso allo show.
E poi c’è il pubblico che ti spiega cosa sta accadendo, il perché di un fenomeno che si è imposto sulla scena musicale italiana di tutto diritto.
Giovani, freschi. Li guardi ed hai l’impressione di ritrovarti di fronte a qualcuno che non è più disposto a mediare sui “contenuti”, che si fa forza del gruppo per superare imbarazzi e clichè di ogni tempo. Il linguaggio qui non è una scusa ma uno strumento.
Qui è lecito parlare di sessualità, di piedi, di tette e di culi, superando ogni tabù, urlandolo a squarciagola, guidando il transito di una bambola gonfiabile fin sopra al palco. Ad ognuno il suo amore giovanile, adolescenziale, adulto.
Ed anche se Giovanni ti dà del gay nessuno se la prende. Ed anche se un nano in versione flinstones conquista il palco nessuno grida allo scandalo. Un rifiuto totale del politically correct, delle caverne in cui ci siamo ficcati a suon di parole non dette, della forma prima della sostanza. Mettici una superband, mettici il sound trascinante, ed il fenomeno neanche più lo devi spiegare. Perchè se per un momento mettiamo da parte l’esasperazione dei contenuti, chi più, chi meno, siamo tutti un pò Tony Pitony. Con tutti i rischi del caso.
