A Firenze “Il canto delle ombre”, Daniel Pes (ri)legge Giuseppe Dessì
Il luogo è l’anello di congiunzione che mette insieme due tempi, due linguaggi completamente differenti, accomunati dalla radice, la terra sarda che assume contorni ben più ampi della scontata esperienza comune. Da un lato il linguaggio e le storie di Giuseppe Dessì, dall’altro la musica di Daniela Pes, una che ha caratterizzato il suo percorso attraverso una lingua immaginaria, essenziale, strumento per dare spazio al suono, una bolla in cui catalizzare non uno ma ogni significato possibile.
Profondamente descrittiva la parola dello scrittore, profondamente descrittive le scelte sonore della musicista, campi semantici apparentemente differenti eppure così vicini. L’elemento di congiunzione è il primo passo. Il legame con la terra. L’isolamento. Il silenzio e la natura che lo riempie.
Il mondo, il viaggio dell’artista, il luogo che diventa richiamo dell’eroe. Sembrano passi obbligati per chi sceglie il particolare percorso nell’arte partendo dalla Sardegna. L’immagine è suggestiva e ci mostra una porta spalancata verso l’esterno per la voglia di esplorare, raccogliere nuove sfumature, ma mai chiusa alle spalle mantenendo saldo il legame con la radice.
Dal cenacolo di Santa Croce Daniela Pes ha aperto a “La musica dei poeti. I poeti della musica”, la rassegna che mette insieme musica e letteratura, ideata per il Gabinetto Vieusseux di Firenze. Autori del Novecento che vivono tra le pagine conservate nell’Archivio Bonsanti contribuiscono allo sguardo sulla letteratura, sulla contemporaneità, sul mondo, oggi attraverso gli occhi di artisti sempre differenti.
