Supergirl: tanto melodramma, poca personalità
Supergirl si inserisce come secondo capitolo del nuovo DC Universe inaugurato da James Gunn con Superman, ampliando ulteriormente il mosaico narrativo che accompagnerà il pubblico nei prossimi anni. La pellicola segue Kara Zor-El in un viaggio che la porterà ad affiancare la giovane Ruthye nella sua personale ricerca di vendetta, attraversando una galassia ostile e popolata da personaggi tutt’altro che amichevoli. A guidare il cast troviamo Milly Alcock nel ruolo di Supergirl, Eve Ridley nei panni della giovane Ruthye, Matthias Schoenaerts nel ruolo dell’antagonista principale e Jason Momoa nei panni dell’iconico cacciatore di taglie Lobo.
Proprio i personaggi rappresentano uno degli aspetti più altalenanti dell’intera produzione. Gli unici a ricevere un reale sviluppo narrativo sono infatti Supergirl e Ruthye, con il film che concentra gran parte della propria attenzione sul rapporto che nasce tra le due protagoniste. Tuttavia, la scrittura finisce spesso per calcare eccessivamente la mano sul lato emotivo, trasformando diversi momenti in passaggi fin troppo melodrammatici. Se nel caso di Kara questa scelta riesce almeno in parte a trovare una sua giustificazione all’interno del percorso del personaggio, il discorso cambia per Ruthye, che risulta frequentemente irritante e fatica a creare quel legame emotivo con lo spettatore che la storia vorrebbe costruire. Di conseguenza, molte delle dinamiche che dovrebbero rappresentare il cuore del film finiscono per perdere parte della loro efficacia.
Anche il comparto degli antagonisti non lascia particolarmente il segno. Il villain interpretato da Schoenaerts appare infatti privo di reale spessore, incapace di imporsi come una minaccia memorabile o di offrire motivazioni sufficientemente interessanti da sostenere il conflitto principale. All’estremo opposto troviamo invece Lobo, interpretato da Jason Momoa, che rappresenta probabilmente la nota più positiva dell’intera pellicola. Ogni sua apparizione porta energia, ritmo e un’ironia ben calibrata, contribuendo ad alzare il livello delle sequenze in cui è coinvolto e regalando alcuni dei momenti più divertenti dell’opera.
Non convince nemmeno l’incipit che mette in moto la vicenda. La scintilla narrativa che dà il via alla storia richiama infatti in maniera fin troppo evidente quella vista in John Wick. Pur presentando alcune differenze superficiali, la struttura dell’evento scatenante appare sostanzialmente la stessa. Una scelta che trasmette una sensazione di déjà-vu e che rende l’avvio del film poco originale.
Sul fronte dell’azione, invece, Supergirl svolge il proprio compito senza particolari sbavature. Le sequenze spettacolari sono ben realizzate, mantengono un buon ritmo e riescono a valorizzare i poteri della protagonista, pur senza raggiungere vette particolarmente memorabili. Sono momenti funzionali alla narrazione che intrattengono lo spettatore, ma che raramente riescono a lasciare un’impressione duratura.
Nel complesso, Supergirl è una pellicola che alterna buone intuizioni a numerose occasioni mancate. Il rapporto tra le protagoniste viene sviluppato con risultati altalenanti, il villain risulta dimenticabile e l’eccesso di melodramma finisce spesso per appesantire il racconto. A salvare parzialmente il risultato ci pensa l’ottimo Lobo di Jason Momoa, autentico catalizzatore di divertimento e spettacolo. La sensazione finale, però, è quella di trovarsi davanti a un film che esiste soprattutto per preparare il terreno a ciò che verrà dopo: un tassello di collegamento all’interno del nuovo DC Universe, il cui vero obiettivo sembra essere quello di accompagnare il pubblico verso Superman: Man of Tomorrow, previsto nelle sale nel 2027 e ancora una volta diretto da James Gunn.
Di Francesco Tufano
