L’addio a Hawkins – Recensione Stranger Things
A pochi giorni dalla sua uscita, il 1° gennaio, “Stranger Things 5” ha messo il punto finale a un viaggio durato quasi dieci anni. La serie dei fratelli Duffer saluta definitivamente Hawkins e chiude gli archi narrativi del gruppo che abbiamo imparato ad amare stagione dopo stagione: Mike, Dustin, Will, Lucas e Undici. Le aspettative per questo capitolo conclusivo erano altissime e, come spesso accade nei finali, le cose da dire sono molte.
Per questo è inevitabile partire proprio dai protagonisti, vero cuore pulsante della serie sin dall’inizio. Gli archi narrativi del gruppo principale, così come quelli del quartetto formato da Steve, Nancy, Jonathan e Robin, vengono gestiti e chiusi con grande attenzione, dimostrando una notevole coerenza narrativa. Tuttavia, ciò che ha sempre contraddistinto Stranger Things è la capacità di far evolvere in modo naturale e credibile le interazioni tra i personaggi. In questo senso, il rapporto tra Dustin e Steve si conferma come il migliore dell’intera serie: un legame costruito nel tempo, capace di unire ironia, affetto e maturazione reciproca, diventando uno dei simboli più riusciti dello show.
Restando in tema personaggi, meritano una menzione anche le new entry di questa stagione finale, come Holly Wheeler (Nell Fisher) e Derek (Jake Connelly). In particolare, Nell Fisher rappresenta la vera grande sorpresa: a soli 14 anni riesce a rubare la scena con un’interpretazione sorprendentemente matura e intensa, dimostrando un talento che lascia il segno e che difficilmente verrà dimenticato dai fan.
Il finale di serie, però, non è completamente esente da difetti. Alcuni personaggi non trovano una chiusura del tutto egregia, anche se è probabilmente impossibile soddisfare pienamente le aspettative di un pubblico così vasto. Tra i piccoli limiti narrativi, quello più evidente riguarda la gestione dell’arco di Vecna. La scelta di non raccontare direttamente eventi fondamentali del suo passato, indispensabili per comprendere appieno il personaggio, pesa sull’impatto finale. Questa lacuna è dovuta al fatto che tali elementi vengono approfonditi nello spettacolo teatrale canonico “Stranger Things: The First Shadow”, una soluzione che nella serie viene solo accennata e che potrebbe lasciare spaesati molti spettatori.
Dal punto di vista tecnico, la CGI risulta altalenante nel corso degli otto episodi. In alcuni momenti appare meno convincente, ma è evidente come la produzione abbia deciso di concentrare gran parte del budget per gli effetti speciali in un episodio specifico. Una scelta comprensibile, considerando che si tratta comunque di una serie televisiva, seppur con costi di produzione estremamente elevati.
Stranger Things chiude definitivamente storie e personaggi che hanno accompagnato il pubblico per dieci anni, lasciando un segno profondo nell’immaginario collettivo. Pur con qualche imperfezione, il finale riesce a rispettare lo spirito della serie e l’affetto dei fan. E se questo capitolo si chiude per sempre, il mondo di Stranger Things continuerà a vivere attraverso i numerosi spin-off già in cantiere, consacrando la serie come una pietra miliare della storia della serialità televisiva.
di Francesco Tufano
