C’è una parola che oggi sembra sfuggirci come sabbia tra le dita: autenticità. La invochiamo spesso, quasi fosse un portafortuna capace di proteggerci dalle contraddizioni del presente. La pretendiamo dai leader, dagli artisti, perfino dai brand. Eppure, più ne parliamo, più sembra allontanarsi.

Forse è per questo che la tragedia che Lavia porterà in scena al Teatro della Pergola attira tanto l’attenzione, quasi come se fosse stata scritta oggi. “È proprio nel precipizio che si rivela la sua attualità”: nella frattura tra ciò che siamo e ciò che sembriamo, tra i ruoli che indossiamo e ciò che resta quando quel sovrastrutture ci vengono tolte.

Lear, spogliato del suo potere, vede sgretolarsi la propria identità, costruita per anni sul riconoscimento altrui. È un re che, perso il trono, perde sé stesso. Ma è soprattutto un uomo contemporaneo, fragile, smarrito, vulnerabile. Non è proprio questo il nostro grande dramma? La follia di vivere costantemente sospesi tra realtà performance, tra essere e apparire. In un mondo in cui l’immagine (bella o brutta che sia) precede spesso il contenuto, la domanda che sorge come un grido liberatorio è semplice e cruda: cosa rimane di noi quando nessuno ci guarda?

È qui piomba, come un meteorite inaspettato, il confronto con il proprio vero sé. Ma cos’è l’autenticità? Autentico non è ciò che è immobile, fermo e inamovibile. È ciò che compone la nostra struttura, la nostra spina dorsale. L’intenzione che resta anche quando la scena si svuota.

Lo spettacolo di Lavia suggerisce che l’autenticità non coincide con la coerenza, ma con il coraggio. Forse oggi la vera rivoluzione è meno spettacolare di quanto pensiamo: concederci momenti in cui ci salviamo dal’inutile attivismo e ci immergiamo in ciò che crediamo, proviamo, temiamo e desideriamo profondamente.

Autentici non si nasce ma possiamo almeno decidere di non smettere di cercarci. E in questo, la tragedia di un re sconfitto dalla propria immagine diventa un esempio per tutti noi.