Digger, il potere recita la sua verità

Il potere ha bisogno di un pubblico, di una storia da raccontare e di qualcuno disposto a crederci. È attorno a questo meccanismo che Alejandro González Iñárritu costruisce Digger, una satira grottesca in cui la catastrofe ambientale incontra gli interessi economici, la difesa del proprio prestigio e il bisogno di controllare la verità. A darle volto è un Tom Cruise profondamente trasformato, protagonista di una prova che si distingue tanto per l’aspetto fisico quanto per la complessità interpretativa. Un film visivamente affascinante e ricco di spunti, la cui forza viene però frenata da un ritmo troppo lento.

La messa in scena è uno degli elementi più riusciti della pellicola. Scenografie elaborate, composizioni ricercate e personaggi sopra le righe costruiscono un universo dall’artificialità dichiarata, che in diversi momenti richiama il cinema di Wes Anderson. Un’affinità nel gusto per il dettaglio, nell’eccentricità e nella teatralità delle situazioni, che Iñárritu declina attraverso un umorismo nero e una visione inquieta del presente. La cura delle immagini contribuisce così a rendere riconoscibile un mondo nel quale anche l’assurdo appare pericolosamente familiare.

Dentro questo scenario, Cruise compie un enorme lavoro di trasformazione. Trucco, costumi, postura e gestualità concorrono alla costruzione di Digger Rockwell, magnate del petrolio dominato dall’ego e dalla convinzione di poter piegare ogni situazione alla propria volontà. La distanza dall’immagine dell’eroe d’azione è evidente, ma il risultato va oltre il cambiamento esteriore: l’attore rende convincente un personaggio esasperato, trovando nella sua invadenza e nelle sue contraddizioni una precisa identità.

La prova acquista ulteriore profondità quando emerge la struttura teatrale del racconto. Cruise interpreta Curtis Markson, un attore impegnato a portare in scena Digger: un’interpretazione dentro l’interpretazione, che richiede di dare consistenza sia alla maschera del magnate sia all’uomo che la indossa. Il rapporto tra questi due livelli diventa uno dei motivi di maggiore interesse del film, perché permette di osservare anche il lavoro, i dubbi e le responsabilità di chi restituisce una storia al pubblico.

Una storia che mette al centro la distruzione dell’ambiente e l’incapacità dei potenti di assumersene le conseguenze. Davanti a una catastrofe provocata dalle attività umane, denaro, convenienza e reputazione continuano a orientare le decisioni. Persino l’emergenza diventa un’occasione per difendere la propria posizione e presentarsi come salvatori. La critica riguarda quindi anche il controllo del racconto: chi ha contribuito al disastro cerca di stabilire come debba essere ricordato.

È qui che il teatro si lega in modo coerente alla riflessione sul potere. La rappresentazione Fossil Fools ricostruisce eventi avvenuti decenni prima nel mondo narrativo del film, trasformando il palcoscenico in uno spazio di memoria e confronto. Si può leggere in questa scelta un omaggio alla recitazione, ma anche una domanda sul suo valore: raccontare una tragedia può risvegliare le coscienze oppure rischia di renderla soltanto uno spettacolo da osservare?

Questa ricchezza di livelli incontra però il limite principale di Digger. La narrazione procede troppo lentamente e la durata delle scene finisce spesso per indebolire la tensione. La ricercatezza della messa in scena cattura inizialmente lo sguardo, ma fatica a sostenere l’attenzione lungo tutto il percorso. Anche i passaggi più significativi rischiano così di perdere incisività, appesantiti da uno sviluppo che avrebbe beneficiato di maggiore sintesi.

Digger lascia soprattutto il ricordo di un Tom Cruise estremamente convincente e di una costruzione visiva capace di dare forma al grottesco del potere. L’intreccio tra crisi ambientale, manipolazione della verità e rappresentazione teatrale offre una chiave di lettura stimolante, che coinvolge anche la responsabilità dello spettatore. La lentezza resta però una debolezza sostanziale: diluisce l’impatto della satira e rende meno coinvolgente un film che, nei suoi momenti migliori, dimostra quanto avrebbe da dire. 

di Francesco Tufano