Dal realismo militare alla pura fantasia – Recensione “War Machine”
War Machine, diretto da Patrick Hughes e interpretato da Alan Ritchson, si presenta inizialmente come un classico film di guerra. Ritchson, diventato popolare grazie alla serie Reacher e apparso anche in film come Fast X e The Ministry of Ungentlemanly Warfare, guida un racconto che sembra voler omaggiare il cinema militare più iconico. Il film però non resta confinato nel genere bellico, ma vira progressivamente verso la fantascienza e l’azione spettacolare.
Fin dalle prime sequenze War Machine costruisce il proprio immaginario prendendo chiaramente ispirazione da alcuni grandi classici del cinema di guerra, tra cui Full Metal Jacket. L’impostazione narrativa è quella ben nota: un soldato determinato che deve dimostrare il proprio valore per entrare in un corpo d’élite. In questo caso il protagonista è già nell’esercito, ma decide di affrontare il durissimo percorso per entrare nei Ranger dell’esercito americano, spinto soprattutto dal desiderio di onorare la memoria del fratello.
Questa prima parte del film funziona proprio perché si appoggia a dinamiche familiari per il genere: addestramento estremo, prove fisiche e psicologiche, gerarchie militari rigide e il costante confronto tra determinazione personale e spirito di squadra. È un terreno narrativo già esplorato molte volte dal cinema, ma che riesce comunque a creare aspettative nello spettatore.
Il vero problema arriva nel momento in cui il film raggiunge il suo turning point. Da lì in avanti War Machine cambia completamente pelle, trasformandosi senza troppi preamboli in un film di fantascienza dominato da sequenze d’azione sempre più insistenti. La transizione tra i due generi avviene però in modo brusco e poco giustificato, lasciando la sensazione che la storia prenda una direzione nuova più per esigenza spettacolare che per reale sviluppo narrativo.
Da quel momento la pellicola punta quasi esclusivamente sull’azione. Sparatorie, combattimenti e situazioni al limite dell’impossibile cercano di mantenere alto il ritmo, ma la regia non riesce quasi mai a distinguersi per inventiva o per capacità di costruire momenti davvero memorabili. Tutto scorre con una certa velocità, ma raramente lascia un’impressione duratura.
Anche sul piano delle interpretazioni il film fatica a trovare una vera forza. Alan Ritchson mantiene una presenza fisica credibile per il ruolo del soldato determinato, ma il personaggio resta piuttosto superficiale e non gli offre molte possibilità di lasciare il segno. Gli altri personaggi finiscono per restare sullo sfondo, contribuendo a rendere la storia meno incisiva dal punto di vista emotivo.
Alla fine War Machine appare come un film con una sceneggiatura spesso forzata, che prova a sorprendere lo spettatore attraverso svolte improvvise e momenti costruiti per creare l’effetto “shock” o spoiler. Tuttavia questi tentativi raramente funzionano davvero e finiscono per sembrare più artificiosi che sorprendenti. L’azione riesce comunque a intrattenere a tratti, ma non basta a sostenere l’intero film e, soprattutto nella parte finale, scivola spesso in una dimensione di pura fantasia che si allontana troppo dalle premesse iniziali della storia.
di Francesco Tufano
